Tecnologia e occupazione: un conflitto che inizierà a diventare visibile nel 2026

Álvaro Manteca
Responsabile della Strategia di BBVA Private Banking in Spagna

26 gennaio 2026

Uno degli sviluppi più rilevanti che caratterizzeranno il 2026 sarà la crescente tensione tra l’accelerazione tecnologica e i suoi effetti sull’occupazione, sul reddito e sulla coesione sociale. Non si tratta di un fenomeno nuovo, ma di uno che entra ora in una fase qualitativamente diversa, sia per la velocità del cambiamento sia per la sua portata trasversale. L’intelligenza artificiale smetterà di essere una promessa futura e inizierà a integrarsi in modo sistematico nei processi produttivi, amministrativi e creativi. È questo salto che trasforma il dibattito tecnologico in un dibattito politico.

A differenza delle precedenti ondate di automazione, l’IA non si limita a sostituire mansioni manuali o ripetitive. Inizia a integrare o trasformare funzioni cognitive che finora erano considerate relativamente protette: analisi, redazione, programmazione, assistenza clienti, progettazione, supporto legale o finanziario. Ciò non implica necessariamente una distruzione netta dell’occupazione nel breve periodo, ma comporta una profonda redistribuzione delle attività, della produttività e del potere negoziale all’interno delle imprese.

Nel 2026 l’impatto dell’IA sull’occupazione sarà ancora eterogeneo e diseguale. Alcuni settori e profili professionali vedranno aumentare la propria produttività e il proprio valore, mentre altri subiranno una pressione crescente su salari, stabilità o prospettive di carriera. Il risultato non sarà un collasso del mercato del lavoro, bensì una maggiore dispersione: tra lavoratori altamente complementari alla tecnologia e quelli più facilmente sostituibili; tra imprese capaci di assorbire il cambiamento e altre che restano indietro; tra regioni con ecosistemi tecnologici dinamici e quelle più dipendenti da attività tradizionali.

Questo contesto pone un’evidente sfida politica. I benefici macroeconomici dell’IA — maggiore efficienza, minori costi, potenziale effetto deflazionistico — tardano a materializzarsi e, quando lo fanno, non sempre si distribuiscono in modo equo. Al contrario, i costi della transizione sono immediati e visibili: riconversione professionale, insicurezza lavorativa, pressione su determinati gruppi sociali e territori. In una democrazia, questo sfasamento temporale è potenzialmente esplosivo.

Per questo motivo, nel 2026 assisteremo a una risposta politica più attiva all’impatto dell’IA sull’occupazione, anche in paesi tradizionalmente restii all’intervento. Tale risposta assumerà forme diverse. Da un lato, un’enfasi crescente su programmi di riqualificazione professionale e di formazione continua, sia da parte del settore pubblico sia delle stesse imprese. La narrazione dominante sarà che il problema non è la distruzione dell’occupazione, ma l’inadeguatezza delle competenze. Tuttavia, l’efficacia reale di questi programmi sarà diseguale e dipenderà in larga misura dal livello educativo di partenza, dall’età dei lavoratori e dalla capacità di assorbimento del tessuto produttivo.

Dall’altro lato, è probabile un aumento degli interventi regolatori sull’uso dell’IA in determinati ambiti lavorativi: trasparenza algoritmica, limiti all’impiego di sistemi automatizzati nei processi di selezione, valutazione o licenziamento, e maggiori requisiti di responsabilità per le imprese che sostituiscono funzioni umane con sistemi di IA. Queste misure non rallenteranno l’adozione tecnologica, ma potranno modularne il ritmo e la distribuzione dei costi.

Emergerà con maggiore forza anche il dibattito fiscale. Se la produttività cresce grazie alla tecnologia, ma l’occupazione non segue lo stesso ritmo, gli Stati si troveranno di fronte a una base imponibile più volatile e a maggiori richieste di spesa sociale. Pur senza concretizzarsi immediatamente, idee come imposte sul capitale tecnologico, sugli extraprofitti o sull’uso intensivo dell’automazione torneranno nel dibattito pubblico, poiché rispondono a una logica politica di compensazione.

Dal punto di vista dei mercati, questo conflitto silenzioso tra tecnologia, occupazione e politica ha diverse implicazioni rilevanti. In primo luogo, introduce un rischio regolatorio asimmetrico. Le grandi piattaforme e le imprese leader nell’IA continueranno ad avere chiari vantaggi competitivi, ma saranno anche più esposte al controllo politico, alla regolamentazione e alla pressione sociale. In secondo luogo, questo contesto favorisce una maggiore differenziazione geografica. I paesi con mercati del lavoro più flessibili, sistemi educativi adattabili e capacità fiscali per ammortizzare la transizione saranno meglio posizionati rispetto a quelli con rigidità strutturali, demografia sfavorevole o minori margini politici.

In definitiva, il 2026 non sarà l’anno in cui l’intelligenza artificiale distruggerà massicciamente l’occupazione, ma sarà l’anno in cui l’impatto sociale dell’IA smetterà di essere astratto e diventerà una variabile centrale del dibattito economico e politico. Per investitori e responsabili di politica economica, ignorare questa dimensione sarebbe un errore. L’adozione tecnologica continuerà ad avanzare, ma lo farà condizionata dalla capacità delle società di gestirne gli effetti distributivi. Ed è in questo equilibrio tra efficienza e coesione che si giocherà una parte importante del ciclo tecnologico dirompente che sta iniziando.