Sebbene i mercati abbiano continuato a mostrare un’inerzia rialzista nell’ultima settimana — soprattutto negli Stati Uniti — grazie a fattori come l’accordo commerciale con il Vietnam, i buoni dati sul mercato del lavoro americano di giugno, l’approvazione definitiva del piano fiscale di Trump e la percezione che la Federal Reserve sia intenzionata a riprendere i tagli dei tassi, la minaccia latente della fine della tregua commerciale continua a pesare sugli investitori.
Infatti, la questione commerciale è tornata prepotentemente al centro del dibattito, con la scadenza della sospensione tariffaria fissata per il 9 luglio. In questo nuovo scenario, gli Stati Uniti hanno già ripreso la loro offensiva bilaterale, con strategie orientate meno alla liberalizzazione simmetrica e più all’ottenimento di concessioni unilaterali. L’accordo con il Vietnam ne è un esempio: vengono imposti dazi del 20% sui prodotti originari del paese e del 40% su beni provenienti da paesi terzi che utilizzano il Vietnam come punto di transito. Al contrario, i prodotti statunitensi restano esenti da qualsiasi dazio. Questa configurazione rompe con il principio di reciprocità e consolida il 10% come soglia minima, anche in presenza di accordi.
Con la moratoria commerciale ormai scaduta, il presidente Trump ha già inviato comunicazioni formali ad alcuni partner strategici — tra cui Giappone e Corea del Sud — notificando l’introduzione di dazi del 25% a partire dal 1° agosto. Inoltre, ha chiarito che, in caso di ritorsioni, tali dazi potranno essere innalzati fino al 50%. Un segnale tutt’altro che marginale: rappresenta il passaggio dalla minaccia all’azione, e definisce il tono di una politica commerciale sempre più asimmetrica e diretta.
La settimana in corso è povera di appuntamenti macroeconomici rilevanti, dando così maggiore rilievo ai fattori geopolitici e commerciali. In questo contesto, l’attenzione dei mercati sarà inevitabilmente rivolta alle reazioni internazionali e all’impatto che queste nuove misure avranno sulla dinamica degli scambi globali.
Si delineano tre possibili scenari, anche se uno di essi — la reintroduzione tattica dei dazi con decorrenza dal 1° agosto — si sta già materializzando:
Ed è proprio in quest’ultimo punto che risiede il rischio maggiore. Tra gli investitori, domina la percezione di un contesto di “atterraggio morbido" (soft landing): un’attività economica più resiliente del previsto, inflazione in calo e banche centrali orientate a ridurre i tassi. Tuttavia, un ritorno di tensioni commerciali con dazi punitivi potrebbe compromettere seriamente questo scenario, soprattutto se si crede che stavolta Trump non farà marcia indietro. Gli effetti delle tariffe sull’economia sono ben documentati: frenano la crescita e spingono i prezzi al consumo, aumentando il rischio di stagflazione.
Pertanto, concludiamo che la crescente compiacenza nei posizionamenti di mercato, visibile nella recente rotazione verso asset più ciclici, contrasta con la complessità del contesto attuale. A nostro avviso, ciò giustifica il mantenimento di un approccio prudente. La nostra posizione rimane cauta ma non pessimista.
Riteniamo che l’ampiezza e la potenziale gravità dei rischi latenti impongano di preservare un margine di manovra, necessario per perseguire due obiettivi fondamentali: