Benvenuti nell’economia delle priorità strategiche

Álvaro Manteca
Responsabile della Strategia di BBVA Private Banking in Spagna

27 maggio 2026

Uno dei fenomeni più interessanti dell’attuale ciclo economico è che una parte crescente dell’economia globale sta iniziando a comportarsi in modo molto meno sensibile del solito all’aumento dei prezzi, dei tassi di interesse e dell’incertezza geopolitica. Tradizionalmente, una crisi energetica accompagnata da un forte irrigidimento delle condizioni finanziarie avrebbe provocato un rallentamento molto più marcato dei consumi, degli investimenti e dell’attività economica. Tuttavia, questo non sta accadendo — o almeno non con l’intensità abituale — nel momento attuale.

La spiegazione più evidente risiede nel gigantesco ciclo di investimenti legato all’intelligenza artificiale. Le grandi aziende tecnologiche stanno accelerando in modo massiccio la spesa in data center, semiconduttori, reti elettriche e capacità di calcolo, nonostante il forte aumento del costo di fattori critici come energia, rame, memoria o finanziamento. In condizioni normali, un costo del capitale più elevato dovrebbe raffreddare questo processo di investimento. Ma per molte aziende, l’IA è diventata una priorità strategica quasi esistenziale e il rischio di restare indietro nella corsa pesa molto più del costo marginale di doversi finanziare a tassi più alti.

Tuttavia, il fenomeno va ben oltre l’intelligenza artificiale. Stiamo entrando progressivamente in un’economia delle priorità strategiche, in cui una parte crescente delle decisioni di investimento non risponde più soltanto a criteri tradizionali di redditività nel breve periodo, ma a esigenze strutturali di sovranità e sicurezza nazionale. La necessità di sviluppare autonomia energetica, tecnologica, industriale e di difesa sta diventando una priorità centrale sia in Europa sia negli Stati Uniti.

L’Europa arriva probabilmente più tardi e con maggiore urgenza, dopo decenni di dipendenza energetica, perdita di capacità industriale e autonomia militare limitata. Ma anche gli Stati Uniti si trovano immersi in una competizione strategica globale — soprattutto nei confronti della Cina — che obbliga ad accelerare investimenti massicci in semiconduttori, reti elettriche, infrastrutture critiche, minerali strategici e industria avanzata.

Questo nuovo ciclo di investimenti ha un carattere chiaramente strutturale. Governi e grandi aziende percepiscono che non investire abbastanza rappresenta un rischio strategico molto maggiore rispetto al costo finanziario associato. Ed è proprio per questo che una parte significativa di questa spesa inizia a risultare relativamente immune ai cicli economici tradizionali. Anche in un contesto di tassi elevati, rallentamento o tensioni fiscali, è probabile che questi investimenti continuino a crescere, perché rispondono meno a una logica tattica di breve periodo e più a una necessità geopolitica e strutturale di lungo termine.

E questa resilienza non si limita esclusivamente agli investimenti aziendali. Inizia a osservarsi anche in alcuni segmenti del consumo statunitense. Nonostante il forte aumento del prezzo della benzina e del costo della vita, i consumi complessivi continuano a mostrare una certa solidità. Il mercato del lavoro continua a sostenere i redditi, le famiglie mantengono ancora livelli elevati di ricchezza accumulata e molti consumatori continuano a privilegiare la spesa per svago, viaggi o servizi anche in un contesto chiaramente più difficile.

Questa dinamica aiuta a capire perché l’economia globale stia resistendo meglio del previsto e perché i profitti aziendali, soprattutto negli Stati Uniti, continuino a sorprendere al rialzo. Ma introduce anche un’implicazione molto importante per i mercati: se la domanda regge più del solito, anche l’inflazione può diventare più persistente. In altre parole, il problema per le banche centrali è che un’economia che non rallenta abbastanza rapidamente costringe a mantenere i tassi elevati più a lungo.

Probabilmente qui risiede oggi una delle principali tensioni dei mercati. Da un lato, la resilienza economica e l’enorme ciclo di investimenti in IA, infrastrutture, energia e difesa sostengono crescita, utili e asset rischiosi. Dall’altro, la stessa resilienza rende più difficile la normalizzazione dell’inflazione e aumenta il rischio che le banche centrali e i rendimenti sovrani restino restrittivi molto più a lungo di quanto il mercato si aspetti.

La principale conseguenza di questo nuovo contesto è che l’economia globale diventerà più resistente a fattori di natura geopolitica, energetica o finanziaria. La combinazione di bilanci solidi, investimenti strategici e priorità legate alla sicurezza nazionale può attenuare meglio le tradizionali fasi di rallentamento del ciclo. Ma questa maggiore resilienza ha anche un costo: un’economia meno sensibile all’irrigidimento monetario implica probabilmente un contesto strutturale di inflazione più persistente e tassi di interesse più elevati rispetto a quelli che hanno caratterizzato il decennio successivo alla crisi finanziaria. In altre parole, il mondo potrebbe stare passando da un regime di crescita fragile e bassa inflazione a uno caratterizzato da maggiore investimento strutturale, maggiore volatilità geopolitica e un equilibrio macroeconomico molto più impegnativo per le banche centrali.