Il mondo di domani: un consiglio per i giovani

Álvaro Manteca
Responsabile della Strategia di BBVA Private Banking in Spagna

3 luglio 2026

Il vero interrogativo sull'intelligenza artificiale non è tanto quali posti di lavoro svaniranno, quali aziende avranno la meglio o di quanto crescerà la produttività. La vera questione è chi raccoglierà i frutti di tale produttività. Perché una rivoluzione tecnologica non cambia solo il modo in cui produciamo, ma trasforma radicalmente anche il modo in cui viene distribuita la ricchezza che ne deriva.

Per gran parte del ventesimo secolo, un ampio numero di persone ha potuto raggiungere il benessere affidandosi quasi unicamente alle proprie forze e al proprio lavoro. Studiare, trovare un buon impiego, fare carriera e risparmiare con disciplina bastava per migliorare il proprio tenore di vita, acquistare una casa e raggiungere una certa sicurezza finanziaria. Lo stipendio era il pilastro centrale dell'economia familiare. Per la maggior parte delle persone, praticamente l'unico.

Ma il mondo sta cambiando. Negli ultimi decenni, in molte economie avanzate, il valore delle attività finanziarie e immobiliari è cresciuto a ritmi ben più serrati rispetto ai salari. Ciò ha creato una frattura silenziosa tra chi possiede un patrimonio e chi dipende esclusivamente dal proprio lavoro. Due persone possono percepire lo stesso stipendio eppure vivere realtà economiche completamente diverse, se una di loro può contare su un portafoglio di investimenti, una casa di proprietà o partecipazioni aziendali, mentre l'altra ha a disposizione solo la propria busta paga mensile.

L'intelligenza artificiale rischia di accentuare questo divario. Se l'IA permetterà alle aziende di produrre di più con meno risorse, di automatizzare i compiti, ridurre i costi, accelerare i processi e scalare i servizi in modo quasi illimitato, è probabile che una parte molto consistente di questi guadagni di produttività finirà per tradursi in maggiori profitti aziendali. Di conseguenza, per prendere parte a questa ricchezza non basterà più vendere il proprio tempo in cambio di uno stipendio. Diventerà sempre più cruciale costruire, un passo alla volta e per quanto possibile, una solida base di asset. 

Ed ecco il nostro consiglio per i giovani: in un'economia di mercato esistono due modi per partecipare alla crescita: lavorare ed essere proprietari. La prima via garantisce un reddito nel presente; la seconda permette di prendere parte ai profitti futuri. E quanto prima si inizia a costruire questa seconda colonna portante, tanto più tempo avrà il capitale per lavorare e crescere.

All'inizio la differenza può sembrare irrilevante. Un giovane che investe piccole somme può pensare che l'impatto sia minimo. Ma il tempo trasformerà ciò che è piccolo in qualcosa di grande. La cosa fondamentale non è la cifra iniziale, bensì l'abitudine e la direzione intrapresa. Ogni euro investito in attività produttive rappresenta una piccola quota nell'economia del futuro. È un modo per dire: non voglio dipendere esclusivamente dal mio stipendio; voglio che una parte del mio patrimonio partecipi alla crescita delle imprese, dell'innovazione e della produttività.

L'intelligenza artificiale rende questo messaggio ancora più urgente. Se nei prossimi anni i profitti aziendali reali cresceranno a ritmi superiori rispetto ai salari reali, chi dipende solo dal proprio lavoro farà sempre più fatica a stare al passo con chi possiede anche degli asset; questo perché i primi potranno contare su una sola fonte di reddito, mentre i secondi ne avranno a disposizione due.

È quella che viene definita economia a forma di 'K'. Un'economia in cui i percorsi individuali divergono in base al rapporto che ciascuno ha con il capitale. Chi percepisce soltanto uno stipendio dipende dal fatto che la propria produttività individuale venga riconosciuta e remunerata. Chi, invece, possiede anche degli asset partecipa alla produttività aggregata di molteplici aziende, settori e tecnologie. Questo divario, accumulato nel corso degli anni, può diventare enorme. 

Ecco perché investire non dovrebbe essere visto come un'attività riservata a esperti o a grandi patrimoni. Dovrebbe invece essere inteso come la naturale evoluzione del risparmio e come uno strumento di libertà. La ricchezza non è altro che avere più opzioni. Significa dipendere meno da un'unica fonte di reddito. Significa guadagnare margine di manovra di fronte ai cambiamenti lavorativi, tecnologici o personali.

Nei prossimi anni, lavorare continuerà a essere imprescindibile. Formarsi continuerà a essere imprescindibile. Adeguarsi continuerà a essere imprescindibile. Ma forse avere una buona carriera professionale non basterà più. La vera protezione di fronte a un mondo in cui il capitale tecnologico acquisisce sempre più peso consiste nel costruire, fin da giovani e con disciplina, una solida base di asset che permetta di partecipare alla crescita che questo stesso capitale andrà a generare.

Molti giovani che stanno ascoltando questo episodio penseranno che tutto ciò sia molto bello, ma che riescono a malapena ad arrivare a fine mese. E hanno ragione. La difficoltà di accesso alla casa, la precarietà lavorativa e il costo della vita rendono la creazione di un patrimonio molto più complessa oggi rispetto a una generazione fa. Questo episodio non vuole ignorare tale realtà, né tantomeno impartire lezioni da una posizione di privilegio.

Al contrario, proprio perché creare un patrimonio è più difficile, capirne l'importanza diventa ancora più necessario. Non sempre potremo iniziare a investire quando vorremo, ma possiamo farci trovare pronti a farlo non appena la nostra situazione ce lo permetterà.